Candy_chiusura_fabbrica

Candy, cronaca di una chiusura annunciata

Dopo Ignis, Zanussi, Zoppas, Merloni, Indesit, Philips, Whirlpool, ecc. (e delle aziende della componentistica per elettrodomestici come Embraco) anche le fabbriche Candy chiudono. E quasi tutte sono costate parecchio in termini di cassa integrazione. Era un futuro ovvio, prevedibile e noto già da almeno 10 anni. Eppure che cosa è stato fatto? Niente! La classe dirigente e i Governi sapevano che sarebbe andata a finire così, ma l’unica risposta è stata quella di cercare di rallentare l’agonia delle fabbriche. L’imprenditoria è rimasta ferma ai paradigmi del boom economico di 50 anni fa, ottenuto proprio con prodotti tipo gli elettrodomestici: l’attività si è limitata a investire per rallentare l’agonia delle fabbriche.

L’alternativa sarebbe dovuta essere di utilizzare quei soldi per impostare qualcos’altro di sostenibile. Perché si è arrivati a questo punto? Perché non si sapeva dove fare gli investimenti e si ignorava che cosa sarebbe servito fare di diverso. Altrimenti non si spiega perché Paesi come la Svezia, a sua volta produttrice di elettrodomestici, continuino ad aumentare il Prodotto interno lordo: hanno ovviamente capito che in patria vanno mantenute solo le funzioni centrali, mentre le fabbriche vanno spostate dove più conviene produrre.

Innovare i modelli di business

Si dice che il motivo del trasferimento delle produzioni dall’Italia in altri luoghi è l’elevato costo del lavoro. Eppure da noi è di ‘soli’ 29,4 euro all’ora, mentre in Svezia è di 39 euro e così anche negli altri Paesi nordici, il costo è più elevato. Se ne deduce che per quel tipo di prodotti – realizzabili da Paesi a minor costo del lavoro – non ha più senso avere fabbriche in Italia: proprio questo risultato si poteva prevedere circa un decennio fa.

Visto che non si realizzano alternative, almeno sarebbe interessante parlarne; ma quando si fanno tentativi in questa direzione, c’è un limitato interesse. Per esempio, nel 2009 promossi dei seminari su come innovare i modelli di business: la maggior parte dei circa 1.200 imprenditori di Confindustria rispondeva che il loro unico problema fosse il costo del lavoro e “sapevano loro cosa avrebbero fatto con costi inferiori”.

Forse erano convinti di dover competere con i costi prima del Vietnam o poi della Polonia, che ha un costo del lavoro che è un terzo di quello italiano… Ma anche ora gli stessi responsabili non hanno capito a che cosa serve la digitalizzazione e la usano prevalentemente per cercare di ridurre i costi di produzione. La domanda è chiara: possono sperare di ridurli di ben tre volte? Ha ragione l’Ocse che ha tratteggiato l’Italia come un mondo popolato da persone “poco intelligenti” oppure la versione più corretta è quella del Censis che ci considera “addormentati”? Mentre rispondiamo, le aziende chiudono, ponendoci di fronte a una inequivocabile realtà.

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Giorgio Merli

Giorgio Merli è autore di numerosi libri e articoli sul management pubblicati in Europa e negli Usa; è consulente di multinazionali e Governi, oltre che docente in diverse università in Italia e all’estero. È stato Country Leader di PWCC e di IBM Business Consulting Services

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