
Il quinto potere
Dopo l’elezione di Donald Trump, su Instagram si è scatenata una polemica contro Meta, accusata di aver imposto a migliaia di follower il ‘segui’ al nuovo Presidente Usa senza che questi lo avessero selezionato in autonomia dai propri profili. I complottisti sono stati subito però zittiti da Meta stessa la quale ha precisato che gli utenti che seguivano prima il suo predecessore Joe Biden si trovavano ora a essere follower di Trump poiché il profilo Instagram del Presidente degli Stati Uniti (@potus) è uno e istituzionale, ossia passa da un Presidente all’altro, e con esso anche i suoi follower. Tutto legale, a quanto pare.
Tra i commenti ai post che si esprimevano su quanto accaduto, uno suggeriva candidamente di disinstallare le App social dai nostri cellulari. Con l’intento di togliere alle società che ne sono proprietarie il potere di fare il buono e il cattivo tempo con gli utenti e i loro dati. Eppure, quando li utilizziamo e siamo ‘dentro’ ai social è ormai veramente difficile ricordarci che possiamo disconnetterci. Quando spengo un Pc, selezionando ‘disconnetti’ dal menu dello Start, percepisco il senso del confine. Mi emancipo dal mezzo. Entrare e uscire, esserci o non esserci.
Oggi, la sensazione è quella che l’attività online, lo scambio e le relazioni ‘lì dentro’ vadano avanti mentre io vivo senza telefono in mano. Sono certa che più di me, che sono una stagionata Millennial, le nuove generazioni sperimentino quella fastidiosa sensazione di Fear of missing out (Fomo) legata a quanto accade sui social quando loro non sono lì a scrollare. Pensiamo alla portata planetaria che avrebbe l’azione collettiva di disinstallare queste App. Niente più utenti, acquirenti, voti – la massa con il suo potere d’acquisto in vari ambiti – costantemente a disposizione di venditori, aziende, politici, Governi. Eppure, temo non si arriverà mai a un’azione così radicale.
La Rete apre un’agorà pluridirezionale
C’è chi definisce la Rete come quinto potere. La democratizzazione dell’accesso al web e l’avvento del digitale hanno creato uno spazio ‘altro’ dai mass media, quel quarto potere che la politica si contendeva fino agli anni 2000 e di cui il caso Berlusconi è l’emblema nostrano. L’agorà social si fonda su tempi e spazi di espressione radicalmente diversi. Il nuovo paradigma presenta un grado di pervasività che si avvicina pericolosamente alla saturazione. Potenzialmente è ovunque, sempre. Ma soprattutto è bidirezionale, anzi, pluridirezionale: tutti possono rivolgersi a tutti perché uno vale uno. L’avvento dei social ha decretato la morte della società offline, catapultandoci nella società dell’iperconnessione. I social ci spogliano di quel ‘privato’ che fino a poco tempo fa ci premeva così tanto proteggere. Vita online e offline si sono fuse in una miscela senza ritorno. Per questo non è contemplabile, da chi le abbia installate e le utilizzi, l’idea di rimuovere dal pannello del proprio smartphone le App di Instagram, Facebook, Tik tok. Si spegnerebbe il mondo.
Il potere pervasivo delle piattaforme è testimoniato anche dalle foto che ritraggono la pletora di CEO delle big tech al fianco di Trump durante la sua cerimonia di insediamento. Così come emblematica è la nomina del patron di X, Elon Musk, a capo del dipartimento per l’efficienza governativa. Ma chi è il braccio armato di chi? Nell’epoca del quarto potere erano le testate quotidiane, i telegiornali, le inchieste giornalistiche, a ‘vegliare’ sull’operato della politica, facendosi spesso primi megafoni di denuncia. Oggi, quelle stesse testate hanno perso credibilità presso il grande pubblico (che gli preferisce i social come fonte di informazione!) perché hanno malamente tentato di adeguarsi alle logiche del digitale e alla ricerca dell’engagement e della monetizzazione a tutti i costi, puntando su titoli clickbait, sovranismo delle immagini, polarizzazione delle posizioni.
Ora politica e piattaforme necessitano di una vicendevole legittimazione: la politica ha bisogno di parlare alle masse e le intercetta sui social, le piattaforme necessitano del supporto della politica per poter agire e muoversi in un contesto normativo che è (al momento ancora) nelle mani del legislatore pubblico. Si, perché i temi in ballo sono ormai di livello sociologico, etico, giuridico appunto. Fact checking, gestione dei dati, accesso dei minori, sono solo alcuni dei temi capitali che sottendono all’utilizzo di questi mezzi. Se prima il mezzo era il messaggio, ora il mezzo è diventato ipertrofico e ha cannibalizzato l’esistenza.
Non è dunque eccessivo affermare che (anche) stare sui social è politica. Esserci o non esserci (e come farlo) è una scelta che va oltre il condividere le foto del proprio gatto. È sempre più necessaria un’educazione al digitale per tutti, che contribuisca allo sviluppo di una coscienza dell’essere in Rete, alle conseguenze che questo comporta per la propria esistenza e per la propria identità, digitale e non. Ma probabilmente, a politica e piattaforme lo stato attuale delle cose non dispiace affatto.
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